Mi Presento

Mettimi come sigillo sul tuo cuore, come sigillo sul tuo braccio; perché forte come la morte è l’amoreCantico dei Cantici 8,6

Martina Castellarin, originaria di Udine, ha vissuto a lungo a Londra dove ha conseguito il Baccellierato Internazionale in studi umanistici. In seguito, ha studiato presso l’Università di Bristol, Inghilterra. È una donna sposata, madre di tre figli, che – oltre la cura premurosa della famiglia – coltiva la passione per la scrittura, il canto, ed il cinema impegnato. Legge, inoltre, con interesse, non solo opere sacre e religiose, ma anche testi di letteratura classica e di psicologia.
Gran parte dei suoi anni giovanili, sono stati dedicati ad opere di volontariato in campo umanitario e religioso, nella diocesi di appartenenza. Gli anni in cui ha prestato servizio al Centro d’Ascolto Caritas di Udine, occupandosi in prevalenza del settore rivolto all’immigrazione, sono stati molto formativi e hanno acuito la sua naturale disposizione alla comprensione delle difficoltà umane. Ha, inoltre, tenuto corsi di perfezionamento della lingua inglese per l’Università della Terza Età e si è distinta come cantante solista di un coro Gospel.

Nel settembre 2017 esce la sua prima opera: “Il Giudizio” – I travagli di un’anima sacerdotale davanti alla sua coscienza (Tau Editrice).
Il libro conduce il lettore ad ascoltare, in un clima di raccoglimento, le confidenze di un monaco che freme di compassione per le proprie miserie, preso dalla morsa angosciosa del dubbio di aver sbagliato, forse mal interpretato, la sua vocazione al sacerdozio. Nelle parole dell’abbadessa Veronica, intima confidente di penna, si può scorgere il senso vero dell’opera di misericordia spirituale della “consolazione”: ella davvero giunge a rianimare l’afflitto, restituendogli un riflesso di sé benevolente, mostrandogli la finalità del suo privato tormento che lo condurrà a riscoprire tutta la bellezza e l’altezza della sua chiamata sacerdotale. Il fine dell’opera vuole portare il lettore a varcare le profondità dell’animo umano quando sperimenta l’umiliazione della croce, per presentare Dio come un Padre clemente e misericordioso.

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Il secondo progetto letterario, in fase di compimento, ci conduce, invece, nella “terra di nessuno”, dove una anziana donna inferma di mente, giace da lungo tempo incustodita. Attraverso questo nuovo scenario, incontreremo nuovamente la Parola di Dio che ci guiderà, come un fascio di luce in penombra, alla scoperta che, la croce della sconfitta, non conduce ineluttabilmente l’uomo verso un sepolcro inanimato: “Gesù, infatti, ha operato più salvezza con le mani inchiodate sulla Croce, nella simbologia dell’impotenza, che con le mani stese sui malati, nell’atto del prodigio”. Lasciamo che questa ultima immagine del Vescovo Don Tonino Bello, ci lasci intravvedere il paradosso cristiano, dove la morte diviene simbolo di vita e la sofferenza è innalzata a Sacramento.